Mi chiamo Marta Quartini e sono una psicoterapeuta ad orientamento cognitivo-comportamentale.

Mi sono laureata nel 2004 presso l’Università di Parma e successivamente ho frequentato la Scuola cognitiva Firenze per specializzarmi, nel 2009, in psicoterapia.
Durante gli anni di formazione mi sono specializzata nella diagnosi e nel trattamento dei disturbi di ansia, attacchi di panico, ipocondria, ansia sociale, disturbi ossessivi-compulsivi, alimentari, depressivi, dell’umore e di personalità, nel trattamento delle diversità sessuali e di genere, nella cura del disagio emotivo nelle relazioni interpersonali e nel sostegno psicologico in caso di lutti e separazioni. Ho maturato esperienze presso l’ospedale Careggi di Firenze lavorando nell’ambulatorio del panico e presso l’Asl di Empoli.
Ho ampliato la mia formazione seguendo corsi sulle diverse identità sessuali e sul lutto perinatale e training e workshop di alta specializzazione:
TFE (Transference Focused Psychotherapy) per le personalità Borderline di John Clarkin, Frank Yeomans e Otto Kernberg;
ACT (Acceptance e Commitment Therapy) svolta tramite la ACBS/ACT Italia (Association for Contextual Behavioral Science) definita la “terza onda” della terapia cognitivo comportamentale (Hayes, 2004) secondo la quale molti dei tentativi che utilizziamo per risolvere i problemi ci fanno cadere in una trappola che crea sofferenza; non dobbiamo identificarci con la nostra sofferenza ma cambiare prospettiva nel modo in cui viene considerata la propria esperienza personale. I metodi di cui si avvale forniscono nuove modalità per affrontare le difficoltà di natura psicologica e cercano di cambiare l’essenza dei problemi psicologici e l’impatto che essi hanno sulla vita;
REBT (Rational Emotive Behavior Therapy ) di Albert Ellis, la forma pionieristica di terapia cognitivo-comportamentale, orientata all’azione che insegna alle persone di identificare, sfidare e sostituire i loro pensieri e le credenze autodistruttive con pensieri sani che promuovono il benessere emotivo e il raggiungimento degli obiettivi.

EMDR (Eye Movement Desensitization Reprocessing) è un approccio terapeutico strutturato che facilita il trattamento di diverse psicopatologie e problemi legati sia ad eventi traumatici, che a esperienze più comuni ma emotivamente stressanti.

Attualmente svolgo la mia attività libero professionale come psicologa e psicoterapeuta nelle città di Milano, Bergamo e Verona. Lavoro sia con gli adulti che con gli adolescenti e offro:

  • Consulenza psicologica con lo scopo di definire il problema e aiutare la persona a risolvere problemi specifici che sta affrontando sia in ambito lavorativo (crisi lavorativa, presa di decisioni, stress lavoro correlato..) che in ambito familiare o di coppia (separazioni, difficoltà nella relazione, genitorialità..);
  • Psicoterapia ad orientamento cognitivo-comportamentale per affrontare la sofferenza psicologica da quella più lieve a quella più grave;
  • Psicoterapia con EMDR o con ACT che vengono integrati nel percorso terapeutico.

La relazione con la persona, l’accoglienza empatica, la sensibilità, il rispetto e il non giudizio sono alla base del mio essere Psicologa.
Sono iscritta all’ordine degli psicologi della Lombardia e abilitata alla psicoterapia N° 03/16588
Socio SITCC (Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva)
Socio ACT-ACBS International (Association for Contextual Behavioral Science)

Socio EMDR Italia

E’ possibile contattarmi al numero 3468456858 o via Skype marta.quartini

L’acronimo LGBTQ sta a significare Lesbiche, Gay, Bisessuali,Transessuali, Transgender e Queer. Attualmente sempre più persone si rivolgono al mio studio per poter parlare della propria vita, delle proprie scelte e delle difficoltà esistenziali legate al timore di essere etichettati come “diversi” o “malati” solo per il fatto di appartenere ad una delle categorie elencate sopra; ma anche per non perdere tempo a spiegare tanti aspetti della loro esperienza lgbtq che molti psicologi ancora ignorano. La scelta di un percorso di psicoterapia può essere molto efficace per chi si trova a dover accettare la propria sessualità o per chi sta affrontando un momento di transizione. Le persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender spesso devono superare delle sfide che alle altre persone non si presentano, legate alla discriminazione e ai pregiudizi o a causa di violenze subite, sia verbali che fisiche, che possono arrivare da ogni ambiente che frequentano (famiglia, gruppo dei pari, ruppi religiosi, gruppo lavoro..) oppure chiedono aiuto a causa delle difficoltà che hanno nel definirsi o per esser aiutati ad affrontare il momento del coming out in famiglia o con gli amici.
Nell’esperienza clinica comune si può riscontrare che due sono le esperienze fondamentali che portano la persona a chiedere aiuto: l’esperienza di chi ha un’ identità “liquida” o fragile, fragilità che la persona riesce a cogliere solo nell’ambito dell’identità o dell’orientamento sessuale ma che, invece, riguarda la propria definizione di identità complessiva. L’altra esperienza riguarda i pazienti che hanno interiorizzato l’omofobia dell’ambiente nei quali sono cresciuti e, in questo caso, va colto il reale disagio sul quale lavorare e vanno aiutati ad ampliare la rete sociale oltre all’accettazione di loro stessi.
Affrontare queste sfide in solitudine può essere molto doloroso. L’abbandono e la chiusura in se stessi può causare un senso di emarginazione che potrebbe provocare un danno sulla salute mentale o fisica della persona.

Lo psicologo aiuta a reagire ai diversi problemi che si presentano per poter vivere più serenamente le proprie scelte e la propria vita senza sofferenze, attraverso la terapia individuale o quella di coppia. Questo dipende dal tipo di bisogno che la persona esprime e dal grado di consapevolezza e di accettazione raggiunto nel proprio percorso.

 

 

 

 

Ogni anno avvengono circa 2,6 milioni di morti in utero. Dal punto di vista medico, per morte perinatale si intende la perdita di un figlio che avviene tra la 27a settimana di gravidanza e i 7 giorni dopo il parto. Nella nostra società si pensa che perdite precedenti a tale data abbiano un impatto psicologico minore nei genitori e nei parenti, così come si pensa che, dopo il parto, tale evento sia molto più duro da sopportare. 

La morte in utero è una tragedia nascosta. I genitori spesso sentono che il loro lutto, definito “lutto fantasma” non viene considerato ed è poco conosciuto sia dagli operatori sanitari che dai familiari e dalla società in genere. Spesso le persone colpite da questi eventi lo nascondono e capita che poi manifestino sintomi depressivi di lunga durata.

Le mamme che hanno partorito un bambino morto spesso si sentono abbandonate, emarginate e colpevolizzate dalla società, si sentono stigmatizzate; i papà, a volte, non vengono neppure tenuti in considerazione come se non il lutto non li avesse neppure colpiti.

COSA ACCADE DURANTE IL LUTTO PERINATALE

La morte in utero è un evento emotivamente devastante per i genitori che si preparano ad accogliere una nuova vita. Nella nostra società questo evento non è ancora riconosciuto come lutto e spesso si tende a minimizzare la sofferenza che ne deriva e magari anche a consigliare i genitori a “riprovarci subito” ad avere un altro figlio. In realtà fin dal momento in cui si viene a conoscenza dell’attesa di un bambino, il legame genitoriale cresce e si rafforza ogni giorno di più e così anche le aspettative e le fantasie dei futuri genitori. Ogni bambino, a qualunque settimana di vita, all’interno di una famiglia, ha un’importanza indiscutibile.

La morte di un figlio durante la gravidanza o dopo il parto è un momento difficile da superare;  se non c’è una causa definita dal punto di vista clinico, l’evento può esser vissuto in maniera ancora più drammatica e difficile da accettare e l’elaborazione del lutto sarà così più problematica. Molti genitori si sentono in colpa nei confronti del bambino per non essere riusciti a proteggerlo o per non aver capito quello che stava accadendo o per aver fatto qualcosa di sbagliato che ha causato la morte. Molte mamme hanno detto che si sentivano come “su un altro pianeta” e non pensavano “stesse accadendo proprio a loro”: questa emozione mista di confusione e dolore non permette di essere pienamente consapevoli sul da farsi, e può capitare di non capire cosa è meglio per noi, e in contemporanea di avere una grande paura.

Va sottolineato che ogni membro della famiglia, come i nonni o i fratelli, oltre ai genitori, vengono colpiti dalla perdita, anche se in modo diverso.

COSA FARE

Lo psicologo può essere un aiuto importante per affrontare il processo di elaborazione in modo fluido, lavorando perché che non ci siano blocchi da parte delle persone coinvolte sul “perché è accaduto…” o “se avessi/non avessi fatto” o sul senso di colpa. Il terapeuta favorisce l’elaborazione lavorando con le persone sulle loro emozioni e sui loro pensieri.

Un altro supporto importante, insieme a quello dello psicologo, lo forniscono i gruppi di auto-mutuo-aiuto, le informazioni si trovano sul sito dell’Associazione CiaoLapo Onlus (www.ciaolapo.it), poiché l’elaborazione del lutto può essere più lieve se condivisa con altre persone che hanno vissuto la stessa esperienza.

L’American Psychiatric Association (APA) ha pubblicato nel 2013 l’ultima edizione del Manuale Statistico Diagnostico dei Disordini Mentali, il DSM V.

A differenza della precedente edizione i disturbi sessuali non sono più inclusi in un’unica categoria diagnostica, ma vengono distinti in Disforie di genere, parafilie e disfunzioni sessuali.

BREVE STORIA DEI DISTURBI DELL’IDENTITA’ DI GENERE

Condizioni riferibili ai disturbi dell’Identità di Genere sono state riportate sin dall’antichità e rientrano in diverse culture senza cadere necessariamente  nella definizione di fenomeni patologici. Nel 1887 Von Krafft-Ebing indicò un possibile legame tra i disturbi della sessualità e la psicopatologia; Hirschfeld coniò la parola“Travestitismo” per tratteggiare casi inquadrabili come Travestitismo e Transessualismo. Nel 1949 Cauldwell usò per primo il termine “Transessuale” e Benjamin tra gli anni ‘50 e ‘60 diede un inquadramento accettato e condiviso ai disturbi dell’Identità di Genere. L’espressione “Identità di Genere” apparve per la prima volta nel 1966, in un comunicato stampa sulla prima clinica per transessuali al Johns Hopkins Hospital di Baltimora e la categoria dei Disturbi dell’Identità di Genere rientrò ufficialmente tra i disturbi mentali nel 1980 col DSM-III. Nell’ultima esizione del manuale, il DSM V, maggio 2013, si assiste ad un radicale cambio di denominazione del disturbo che viene rinominato Disforia di Genere.

DEFINIZIONI

Quando si parla di identità di genere ci si riferisce alla percezione e alla consapevolezza che la persona ha di sé come individuo maschile, femminile o ambivalente; è l’opinione che ognuno ha di se stesso indipendentemente dal ruolo sessuale che presenta agli altri, volontariamente o meno. Non è assimilabile all’identità di ruolo, ovvero l’insieme dei comportamenti, agiti all’interno delle relazioni con gli altri, e delle attitudini che si riconoscono come propri di un maschio o di una femmina e sono modificabili nel tempo, tipici di un particolare contesto socio-culturale. Infine l’orientamento sessuale rappresenta la modalità di risposta ai diversi stimoli sessuali e, quindi, anche l’attrazione emotiva e romantica verso gli uomini, le donne, entrambi, nessuno dei due generi o di un altro genere.   

DISFORIA DI GENERE

La nuova classe diagnostica del DSM V, Disforia di genere, introduce un cambiamento nella concettualizzazione delle caratteristiche che definiscono il disturbo attraverso il fenomeno dell’incongruenza di genere e non più sull’identificazione con il sesso opposto come si leggeva nelle edizioni diagnostiche precedenti. In particolare viene riconosciuto il fatto che l’incongruenza tra sesso di nascita e identità di genere non è di per sé patologica se non causa un significativo disagio individuale. Molte persone transgender infatti non provano questo forte disagio per la loro condizione e non dovrebbero, quindi, essere diagnosticate con disforia di genere.

L’attuale diagnosi richiede due nuove specificazioni: la presenza o meno di Disturbi dello sviluppo sessuale  e l’altra attinente alla condizione post-transizione (per gli adolescenti e gli adulti).

Il termine Disforia si riferisce alla sofferenza che può presentare l’individuo quando vive l’incongruenza tra il genere esperito e il genere assegnato. Spesso la sofferenza nasce anche quando non si riesce ad ottenere l’intervento fisico desiderato attraverso un trattamento ormonale e/o chirurgico.

La nuova categoria diagnostica si concentra sulla disforia come problema clinico e non più sull’identità in sé, quindi da importanza al disagio e non più al disturbo psichico riducendo anche l’effetto stigmatizzante verso il paziente.

ESORDIO e CRITERI DIAGNOSTICI

La Disforia di Genere esordisce nella prima infanzia, verso i 3-4 anni di età. I criteri diagnostici per i bambini sono diversi da quelli che definiscono gli adolescenti e gli adulti. Nei bambini, ci deve essere una marcata incongruenza fra il proprio genere esperito/espresso e il genere assegnato, il forte desiderio di appartenere all’altro genere o insistenza sul fatto di essere dell’altro genere, forte avversione verso la propria anatomia sessuale e desiderio che le proprie caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie corrispondano a quelle del genere esperito. Preferenza per il travestitismo del genere opposto e preferenza per i giochi e i ruoli del genere opposto.

Per gli adolescenti e gli adulti invece ci deve essere una marcata incongruenza tra il proprio genere esperito/espresso e le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie (o in giovani adolescenti, le previste caratteristiche sessuali secondarie). Un forte desiderio di sbarazzarsi delle proprie caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie a causa dell’incongruenza con il proprio genere esperito/espresso (o nei giovani adolescenti, desiderio di impedire lo sviluppo delle attese caratteristiche sessuali secondarie); forte desiderio di ottenere le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie dell’altro genere e di appartenere all’altro genere (o ad un genere alternativo diverso da quello assegnato) e desiderio di essere trattato come membro dell’altro genere. Sia nei bambini che negli adolescenti/adulti la condizione è associata a disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento.

Il sostegno di un terapeuta può aiutare a far fronte alla confusione e al disorientamento dovuti agli sconvolgimenti che il soggetto vive nel conflitto tra privato e sociale, attraverso la rassicurazione e la gestione delle problematiche, che nei bambini e negli adolescenti, sono normalmente lasciate in gestione ai genitori.

La personalità si può riassumere come l’insieme delle caratteristiche stabili, che abbiamo appreso attraverso le esperienze, con le quali interagiamo, rispondiamo, percepiamo e pensiamo rispetto a tutto quello che viviamo nel rapportarci con gli altri e con il mondo. Ognuno di noi ha modalità specifiche di relazionarsi con gli altri o di reagire agli eventi che si definiscono tratti di personalità; le persone che riescono ad adattarsi e ad essere flessibili alle diverse situazioni di vita sono più efficaci nell’affrontare i problemi. Al contrario le persone con Disturbo di Personalità sono rigide e rispondono in maniera inefficace ai problemi della vita; non sono consapevoli di metter in atto comportamenti inflessibili e inadeguati che generano conflitti nella famiglia o nel gruppo di amici, ma si sentono sempre le vittime della situazione. Queste modalità disadattive si presentano già nell’adolescenza o nella prima età adulta e rimangono stabili nel tempo. La maggior parte delle persone con un Disturbo di Personalità sono insoddisfatti e sofferenti rispetto alla propria vita, hanno difficoltà relazionali e, spesso, presentano sintomi depressivi, abuso di sostanze e ansia. Non si rivolgono a specialisti che possano aiutarli a meno che non siano obbligati da un familiare o se i sintomi come l’ansia o la depressione diventano eccessivamente disturbanti nella loro quotidianità, ma, anche in questi casi ritengono che i problemi siano causati dagli altri.

I Disturbi di Personalità vengono divisi in tre gruppi:

Gruppo A (cluster eccentrico): include il Disturbo Paranoide, Schizoide e Schizotipico.

Gruppo B (cluster drammatico): include il Disturbo Antisociale, Borderline, Istrionico e Narcisistico.

Gruppo C (cluster ansioso): include il Disturbo Evitante, Dipendente, e Ossessivo-Compulsivo.”

CLUSTER A

Disturbo paranoide di personalità:

Si caratterizza dalla tendenza persistente e ingiustificata a interpretare e percepire le intenzioni, parole, azioni degli altri come malevole e minacciose (paranoia). Le persone che ne soffrono sono sospettose verso gli altri e vivono il mondo con diffidenza e ostilità per cui prediligono uno stile di vita solitario. Sulla base di poche o nessuna prova pensano che gli altri complottino contro di loro e che possano attaccarli senza ragione per cui sono sempre ipervigilanti, guardinghi e cauti alla continua ricerca di segnali di minaccia, appaiono freddi, permalosi, senza sentimenti, ostili e polemici. Questi comportamenti suscitano rifiuto da parte delle persone; rifiuto, che il paranoide prende come conferma della percezione iniziale di ostilità altrui e che rafforza il suo approccio alla vita. La non fiducia negli altri si traduce in necessità di essere autosufficiente e autonomo e nonostante l’isolamento sociale possono essere efficienti e coscienziosi.

Il trattamento è molto difficile perché la loro sospettosità si estende anche al terapeuta. Chi ne soffre non cerca aiuto spontaneamente ma solo su insistenza dei familiari che vivono i loro comportamenti di ostilità e rabbia o i sintomi depressivi e di isolamento sociale. La terapia è difficile da svolgere ma nel caso in cui si riesca si hanno buoni risultati nel lungo termine.

Disturbo Schizoide di personalità:

Si caratterizza dalla difficoltà nello stabilire relazioni sociali e da assenza del desiderio di stabilirle. Le persone che ne soffrono evitano le interazioni con gli altri o le riducono al minimo, scelgono lavori che richiedono poco contatto sociale, non sono coinvolti in relazioni intime e non hanno famiglia né sono interessati a farne parte. Gli altri vengono considerati invadenti e poco gratificanti e le relazioni sono instabili e poco desiderabili. Questi soggetti sono descritti come distaccati, freddi, riservati e indifferenti all’approvazione o alle critiche degli altri e ai loro sentimenti. Non hanno capacità di esprimere emozioni e non provano piacere nello svolgere le attività, spesso reagiscono con passività alle avversità e non sanno affrontare in maniera appropriata gli eventi importanti della vita.

La terapia di questo disturbo è molto difficile, in quanto chi ne è affetto non ne riconosce la necessità e raramente richiede aiuto. La terapia cognitiva-comportamentale lavora per individuare pensieri, emozioni e comportamenti che caratterizzano il soggetto per migliorare la sua qualità di vita tenendo conto delle sue esigenze e difficoltà. Tra gli scopi primari ci sono l’apprendimento di abilità sociali di base (comunicare, scusarsi, gestire l’ansia, fare un complimento..) e la capacità di individuare le emozioni proprie e altrui.

Disturbo Schizotipico di Personalità:

Il disturbo schizotipico di personalità è caratterizzato da isolamento sociale, comportamento insolito e bizzarro e alcune “stranezze del pensiero” quali:

  • sospettosità e ideazione paranoide, ad esempio credere che gli altri complottino contro la propria persona;
  • idee di riferimento, cioè interpretare come collegati tra loro eventi che non lo sono;
  • credenze bizzarre e pensiero magico, ad esempio sentire di avere poteri speciali come prevedere gli eventi o leggere i pensieri degli altri;
  • esperienze percettive insolite, ad esempio sentire la presenza di un’altra persona.

Vengono considerati dagli altri strani ed eccentrici nel linguaggio, nel modo di interagire che risulta rigido e non appropriato e nell’abbigliamento spesso trasandato. L’isolamento sociale che vivono queste persone deriva dalla loro incapacità a relazionarsi e a rispettare le convenzioni sociali ma anche al loro sentirsi diversi e a disagio in mezzo ad altre persone.

Se stressati possono manifestare sintomi psicotici di breve durata.
Hanno inoltre delle credenze e delle percezioni insolite che influenzano anche il comportamento: possono credere molto nella superstizione, nella chiaroveggenza, nella telepatia, o sentire di avere un particolare sesto senso, quasi dei poteri magici. Spesso non conoscono i propri sentimenti o hanno un’affettività ridotta, rigida e trattenuta o inappropriata ai contesti in cui si trovano. Utilizzano un linguaggio bizzarro poco comprensibile agli altri, con molte metafore, troppo elaborato o stereotipato. L’ansia sociale che li caratterizza aumenta il loro ritiro sociale. Sono sensibili alle emozioni degli altri, in particolare la rabbia, anche se comprendono poco le loro.

Il disturbo schizotipico di personalità deve il suo nome al lieve confine che lo separa dalla schizofrenia conclamata. Queste persone, infatti, non presentano veri e propri deliri o allucinazioni, ma il loro contatto con la realtà è moderatamente compromesso e la logica del loro pensiero e quantomeno “strana” e non lineare.

Il trattamento cognitivo-comportamentale è rappresentato, in genere, da una psicoterapia individuale a lungo termine che miri ad individuare pensieri, emozioni e comportamenti disfunzionali che caratterizzano il soggetto. L’obiettivo finale del trattamento è quello di migliorare la qualità di vita del paziente in accordo con le sue esigenze e tenendo conto delle sue difficoltà e priorità. La terapia avrà come scopi principali l’apprendimento delle abilità sociali di base (comunicare, scusarsi, controllare l’ansia, essere diplomatici, limitare linguaggio e comportamenti bizzarri, adattarsi alla situazione, etc.) e della capacità di riconoscere i propri sentimenti e verbalizzare il proprio mondo interiore. Il terapeuta dovrà comunque accettare le stravaganze del soggetto, quando queste non sono eccessive, e mantenere una distanza relazionale adeguata senza ironizzare troppo sulle bizzarrie e senza trattare il paziente da “folle”, quale non è.

CLUSTER B

Disturbo Istrionico di Personalità:

Il Disturbo Istrionico di Personalità è caratterizzato da un’emotività eccessiva e dalla continua ricerca di attenzione. Gli individui con personalità istrionica, infatti, si sentono a disagio quando non sono al centro dell’attenzione, per questo motivo cercano continuamente di catturare l’interesse degli altri con comportamenti teatrali (es. esagerazioni di episodi di vita, invenzione di storie, descrizioni drammatiche del proprio stato fisico ed emotivo), provocatori (es. istigazioni) o seduttivi (es. adulazione, provocazioni sessuali, regali). Queste persone possono inizialmente affascinare le nuove conoscenze per il loro entusiasmo, l’iper-socievolezza, la tendenza a coinvolgere, l’ostentazione di sicurezza e la seduttività. In particolare, il loro comportamento seduttivo è inappropriato in quanto viene attuato in contesti non adeguati (es. in ambito lavorativo) e anche nei confronti di persone per cui non nutrono un reale interesse sentimentale o sessuale (es. datori di lavoro,amici).

Questi soggetti sono considerati eccessivamente esigenti e bisognosi di attenzioni, forse perché ne sono stati privati da bambini, e così le relazioni che instaurano hanno breve durata; a volte utilizzano anche la manipolazione per avere attenzione e se non funziona utilizzano minacce di suicidio e coercizioni. Le loro emozioni sono sempre molto intense, pianti incontrollati, scoppi di rabbia che si accendono e spengono in modo rapido e vengono così percepite come false dagli altri. Chi ne soffre ha difficoltà a raggiungere un’intimità emotiva con le persone con le quali si relaziona. L’attenzione sull’approvazione altrui piuttosto che sulle proprie esperienze interne li porta a considerare se stessi solo in funzione degli altri e a non sperimentare un senso di identità personale.
Il corpo può essere usato per attirare l’attenzione altrui divenendo non solo seduttivo, ma anche ammalato.
Spesso i pazienti con disturbo istrionico di personalità temono l’invecchiamento e la degenerazione fisica, in quanto potrebbero far perdere loro l’unico strumento che conoscono per attirare gli altri a sé
Nel trattamento del disturbo istrionico di personalità, il paziente viene aiutato innanzitutto ad individuare le proprie emozioni, i propri pensieri e gli eventi a cui questi sono correlati. Questo lavoro, unitamente alla valutazione delle conseguenze delle proprie azioni, aiuterebbe il paziente ad abbassare la propria disfunzionale impulsività.
Successivamente il terapeuta collabora col paziente al fine di individuare e modificare le sue credenze centrali disfunzionali: “Sono inadeguato e incapace di gestire la mia vita”, “Devo essere amato da tutti per avere valore” e “La perdita di una relazione è disastrosa”

Disturbo Borderline di Personalità:

Il disturbo borderline di personalità (DBP) è un disturbo di personalità caratterizzato da repentini cambiamenti di umore, instabilità dei comportamenti e delle relazioni con gli altri, marcata impulsività e difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri. Questi elementi si rinforzano reciprocamente, generando notevole sofferenza e comportamenti problematici. Ne consegue che le persone con questo disturbo, pur essendo dotate di molte risorse personali e sociali, realizzano con difficoltà e a fatica i propri obiettivi.

E’ fondamentalmente un disturbo della relazione, che impedisce al soggetto di stabilire rapporti di amicizia, affetto o amore stabili nel tempo perché instaurano relazioni tumultuose, intense e caotiche; oscillano tra l’idealizzazione dell’altro e la sua svalutazione non appena viene loro fatta una critica o una disattenzione. Si tratta di persone che trascorrono delle vite in uno stato di estrema confusione ed i cui rapporti sono destinati a fallire o risultano emotivamente distruttivi per gli altri.

Questi soggetti si percepiscono, contemporaneamente, sbagliati e fragili. Espressioni come “Non valgo niente!”, “Sono un bluff!”, “Sono inconsistente!”, “Sono orribile!” compaiono frequentemente nei loro pensieri; a causa di ciò l’altro è percepito come giudicante e in un mondo minaccioso e ostile si sentono ancora più fragili.
quando vivono situazioni di stress, possono avere degli episodi di ideazione paranoide e pensano che gli altri abbiano intenzioni malevole e ostili verso di loro, oppure vivono delle crisi dissociative durante le quali perdono transitoriamente le capacità critiche ed il senso di sé. In questi casi, l’emozione dominante è la paura, a cui spesso si associa una sensazione di assoluta solitudine e di totale abbandono da parte degli altri.
A volte riescono a sottrarsi alle forti pressioni cui sono sottoposti distaccandosi da tutto e da tutti: entrano in uno stato di vuoto nel quale avvertono una penosa mancanza di scopi. Si tratta di una condizione pericolosa, in quanto in questi stati sono frequenti le tendenze all’azione, come le abbuffate di cibo, l’abuso di sostanze stupefacenti, gli atti autolesivi e i tentativi di suicidio.

L’altra caratteristica che contraddistingue le personalità borderline è l’instabilità emotiva che si manifesta con il rapido cambiamento di umore soprattutto in risposta ad un rifiuto, una critica o una disattenzione o con la presenza contemporanea di emozioni opposte che creano caos nel soggetto e in chi gli è vicino. Gestire le emozioni è difficile per queste persone (disregolazione emotiva) e la loro reazione è più forte e duratura rispetto a quella di altre persone. Spesso per gestire i picchi emotivi sono impulsivi, rabbiosi, abusano di sostanze, si abbuffano, giocano d’azzardo, sono promiscui sessualmente, mettono in atto gesti autolesivi, tentano il suicidio. Hanno difficoltà a riflettere sulle loro esperienze e sulle loro emozioni e stati d’animo e relazioni in modo lineare tanto che una conversazione con loro può essere molto ricca ma senza filo conduttore oppure tutto e il contrario di tutto su di sé e gli altri.

La letteratura è concorde nell’indicare come fattori di rischio del disturbo borderline di personalità due aspetti che interagirebbero tra loro potenziandosi reciprocamente: un’infanzia trascorsa in un ambiente invalidante, cioè un contesto in cui il soggetto può essere stato esposto a svalutazione dei propri stati mentali (pensieri, emozioni e sensazioni fisiche), interazioni caotiche ed inappropriate, espressioni emotive intense, carenze di cure, maltrattamenti e abusi sessuali; fattori genetico-temperamentali, che predisporrebbero il soggetto allo sviluppo della disregolazione emotiva.

La terapia dialettico-comportamentale (DBT) di Marsha Linehan è un trattamento ad orientamento cognitivo-comportamentale integrato. Secondo la Linehan, la principale difficoltà di chi ha il disturbo borderline è quella di gestire le proprie intense emozioni (disregolazione emotiva). Obiettivi peculiari di questa terapia sono la riduzione dei comportamenti suicidari e dei comportamenti che interferiscono sia con la terapia, che con la qualità della vita del paziente. Questi obiettivi, unitamente alle modalità di cura e alle regole da rispettare, vengono definiti da terapeuta e paziente in uno speciale accordo (contratto terapeutico). Tale trattamento sembra essere particolarmente indicato per le persone che presentano atti autolesivi e suicidari. La relazione terapeutica con il paziente borderline è comunque molto problematica, perché anche in tale contesto si attivano le dinamiche relazionali del paziente, che possono portarlo a idealizzazione del terapeuta (e anche innamoramento), ma anche a repentina svalutazione dello stesso e conseguente interruzione della terapia. Mantenere una continuità terapeutica è quindi molto difficile, sebbene sia necessario per ottenere dei risultati a medio-lungo termine.

Disturbo Narcisistico di Personalità:

Le persone con una personalità narcisistica sono caratterizzate da senso di superiorità, esigenza di ammirazione e mancanza di empatia. Esprimono una credenza esagerata nel loro proprio valore o importanza, comunemente denominata “grandiosità; si aspettano di ricevere approvazioni e lodi per le proprie qualità superiori e rimangono sconcertati quando non ottengono i riconoscimenti che pensano di meritare, presentando spesso la tendenza a rimuginare circa tale mancanza da parte dell’altro. In virtù del valore personale che ritengono di possedere, tali individui presumono di dover frequentare e di poter essere capiti soltanto da persone speciali, prestigiose o di elevata condizione sociale o intellettuale, a partire dalla considerazione che le loro necessità siano al di fuori della comprensione e della competenza delle persone ordinarie. Gli individui con disturbo narcisistico di personalità generalmente hanno difficoltà a riconoscere che anche gli altri hanno desideri, sentimenti e necessità. Credono che le proprie esigenze vengano prima di ogni cosa e che il loro modo di vedere le cose sia l’unico giusto universalmente, mostrando indifferenza rispetto al punto di vista degli altri e incapacità di coglierlo. Gli individui narcisistici, infine, sono spesso invidiosi degli altri, o credono che gli altri siano invidiosi di loro. Tendono a vedere gli altri in chiave competitiva e a lottare per stabilire e mantenere una posizione di supremazia. Solitamente i pazienti narcisisti hanno un livello molto elevato di perfezionismo e vogliono che le cose che in qualche modo riflettono la loro immagine (vestiti, auto, casa, ecc.) e le loro capacità (studio, lavoro, ecc.) siano perfette. Purtroppo applicano tale meccanismo perfezionistico anche alle persone più intime (es. partner o figli), nei confronti delle quali sono molto esigenti e critici, poiché pretendono che facciano fare loro sempre “bella figura”. Molto spesso, negli alti ruoli di qualunque gerarchia (aziendale, istituzionale, ecc.), troviamo soggetti con personalità narcisistica, in quanto le loro caratteristiche sono funzionali alla competizione sul lavoro. Ottengono elevati risultati senza rendersi conto di quanto molte persone facciano le spese dei loro atteggiamenti o rimangano ferite da essi. Tali individui generalmente mancano di empatia, dimostrandosi incapaci di riconoscere i sentimenti ed i bisogni degli altri, nonché di identificarsi in essi. Quando l’esperienza soggettiva dell’altro viene colta, generalmente essa è concepita in modo denigratorio, come segno di debolezza e di scarso valore personale. In generale però nel corso del trattamento, quando la relazione terapeutica si è stabilita mostrano di avere abilità anche molto sviluppate di descrivere la vita psicologica delle persone che hanno intorno.
Nelle relazioni tendono a mostrarsi emotivamente freddi e distaccati, nonché incuranti del dolore che generano nell’altro a causa delle loro osservazioni e considerazioni, il più delle volte espresse con toni altezzosi e sprezzanti. Il distacco si accentua quando sentono gli altri bisognosi o che si rivolgono a loro per chiedere aiuto.

Il trattamento del disturbo narcisistico di personalità si pone come obiettivo principale quello di ridurre la sofferenza degli individui che presentano tale disturbo, migliorando la qualità della loro vita; condizione necessaria per il raggiungimento di tale obiettivo è la costruzione e regolazione dell’alleanza terapeutica.

Disturbo Antisociale di Personalità:

La caratteristica essenziale del Disturbo Antisociale di Personalità è un quadro di comportamenti che viola i diritti degli altri e le regole sociali principali. Le persone con questo disturbo, infatti, non riescono a conformarsi né alla legge, per cui compiono atti illegali (es. distruggere proprietà, truffare, rubare), né alle norme sociali, per cui attuano comportamenti immorali e manipolativi (es. mentire, simulare, usare false identità) traendone profitto o piacere personale (es. denaro, sesso, potere).
Elemento distintivo del disturbo è, inoltre, lo scarso rimorso mostrato per le conseguenze delle proprie azioni, per cui queste persone, dopo aver danneggiato qualcuno, possono restare emotivamente indifferenti o fornire spiegazioni superficiali dell’accaduto.
Altre caratteristiche rilevanti del disturbo antisociale sono l’impulsività e l’aggressività. Le emozioni che sperimentano più frequentemente sono la rabbia, l’irritazione, l’umiliazione, il disprezzo, il distacco, la noia, l’invidia, il piacere di dominare e l’euforia; difficilmente, invece, provano emozioni come la gratitudine, l’empatia, la simpatia, l’affetto, il senso di colpa e l’erotismo.
Secondo gli studiosi della teoria della mente, queste persone hanno difficoltà ad assumere la prospettiva degli altri, per cui non si prefigurano la sofferenza che possono indurre in loro e si mostrano indifferenti, distaccati, sprezzanti, cinici e irrispettosi verso gli altri. Generalmente queste persone sono incapaci di scusarsi o di riparare al loro comportamento.
Una caratteristica peculiare dei soggetti con personalità antisociale sembra essere il trasformismo: possono apparire molto isolati o, più frequentemente, attivamente coinvolti nei rapporti interpersonali; talvolta alternano comportamenti aggressivi con atteggiamenti miti e remissivi.
L’aggressività che caratterizza il disturbo si manifesta frequentemente con aggressioni fisiche (es. picchiare il coniuge). L’impulsività, invece, può manifestarsi con l’incapacità di pianificare il futuro, per cui queste persone prendono le decisioni sotto l’impulso del momento, senza considerare le conseguenze per sé e per gli altri.
Chi ha il disturbo antisociale tende anche ad essere fortemente irresponsabile per cui possono coinvolgersi in comportamenti sessuali non protetti, in uso di sostanze stupefacenti o in comportamenti di guida spericolati (ricorrenti eccessi di velocità, guidare in stato di intossicazione).
Gli individui con disturbo antisociale di personalità considerano i propri problemi come il risultato di una incapacità delle altre persone ad accettarli o del desiderio altrui di limitare la loro libertà. Un’altra caratteristica del disturbo antisociale è la pseudologia fantastica, comportamento che consiste nel raccontare continuamente fatti reali insieme a storie inventate, per cui diventa difficile per chi ascolta distinguere la verità dalle fandonie.

Chi soffre di disturbo antisociale di personalità di norma non richiede cure psichiatriche in quanto non ha consapevolezza di disagio e di malattia. Generalmente, dunque, queste persone accedono ai trattamenti psichiatrici a seguito di problemi con la legge: l’adesione a progetti terapeutici o riabilitativi, infatti, permette di migliorare la loro posizione legale. Attualmente, dunque, il trattamento più efficace per il disturbo antisociale di personalità è il ricovero in strutture specializzate per la cura di questo disturbo, che consistono essenzialmente in centri all’interno degli istituti penitenziari e in particolari comunità.

CLUSTER C

Disturbo evitante di personalità:

Si caratterizza dalla convinzione del soggetto di valere poco che genera senso di inadeguatezza nelle relazioni sociali, ipersensibilità al giudizio altrui, timore di esclusione e disapprovazione. Per evitare queste esperienze dolorose dove sperimenta il senso di inferiorità e inadeguatezza, la persona con Disturbo di Evitante vive un’esistenza senza stimoli, ritirata, triste e con un visibile senso di vuoto. Il Paziente Evitante spesso soffre di depressione, non ha un gruppo di amici con i quali passare il tempo e sul lavoro si tiene ai margini rinunciando anche alla carriera; desidera fortemente instaurare delle relazioni, avere un partner e condividere esperienze ma la difficoltà a gestire e vivere l’imbarazzo lo induce ad evitare il confronto.

L’evitamento è un comportamento auto protettivo da ciò che provoca malessere e dalle proprie emozioni negative ma no permette a queste persone di sviluppare risorse e abilità necessarie nelle relazioni e per venire in contatto con la propria emotività. Spesso si dedicano ad attività solitarie per vivere sensazioni positive, in alcuni casi ricorrono all’uso di sostanze per sentirsi meglio, questa condizione di costrizione può generare rabbia soprattutto nei momenti di difficoltà che non sanno gestire.

Un’emozione centrale del disturbo è la vergogna: le situazioni sociali vanno evitate perché è lì che la loro inadeguatezza è esposta alla vista di tutti.
Spesso la diagnosi di disturbo evitante di personalità può essere confusa con quella di fobia sociale, ma la personalità evitante prevede un sentimento di ansia generalizzato a tutte le interazioni con gli altri e un forte senso di estraneità rispetto al mondo esterno, che in genere non riguarda i social fobici. I pazienti con disturbo evitante di personalità si sentono come alieni sulla terra, diversi dagli altri, incapaci di condividere i loro sentimenti, distanti, inferiori; è come se vedessero la vita degli altri scorrere dietro a un vetro, ma si rendessero conto che loro non saranno mai “dentro” a quella vita “normale”.
Il disturbo evitante di personalità non ha un’ottima prognosi, ma risponde abbastanza bene alla terapia cognitivo-comportamentale a medio-lungo termine, l’obiettivo è quello di aiutare il Paziente a riconoscere i propri pensieri e le proprie emozioni, a regolare l’imbarazzo in situazioni sociali, incoraggiare l’esposizione della persona alle situazioni temute, migliorare l’autostima e diminuire il disagio emotivo.

Disturbo Dipendente di Personalità:

Si caratterizza da un senso di inadeguatezza e incompetenza; le persone che ne soffrono si sentono sbagliate e hanno una bassa valutazione di sé e delle proprie capacità. Il comportamento di sottomissione all’altro ha lo scopo di trovare qualcuno che li protegga e si prenda cura di loro in quanto incapaci di affrontare il mondo con le proprie forze per bassa autostima. Chi ne soffre, non è in grado di prendere decisioni in modo autonomo ma necessita di consigli e rassicurazioni da parte degli altri, in questo modo sentono meno l’ansia che ogni decisione porta con sé ma allo stesso tempo accrescono la sottomissione nella relazione con l’altro. La loro paura più grande è quella di essere abbandonati e sperimentano forte ansia che li induce a mettere in atto dei comportamenti volti ad evitare l’abbandono, spesso compulsivi. Le loro credenze sono del tipo “se riesco ad essere indispensabile mi terrà per sempre”, “se lo faccio stare bene non mi abbandonerà” , per cui sono attenti a capire le volontà e i piaceri dell’altro e ad anticiparne i desideri.

Se si sentono solo prevale un senso di vuoto, umore depresso e tristezza. Le relazioni interpersonali sono per loro fondamentali ma se l’altro ha aspettative diverse dalle proprie vivono un senso di obbligo e provano rabbia e costrizione. Queste emozioni sono però insostenibili perché minano la relazione e il paziente cerca di ristabilire velocemente la vicinanza e assecondare il partner. In genere coloro che soffrono di disturbo dipendente di personalità si scelgono partner con caratteri forti, talvolta narcisisti, che assumono nei loro confronti atteggiamenti dominanti e controllanti. Tale sbilanciamento relazionale, alla lunga, pur costituendo una sembianza di equilibrio, nuoce al soggetto dipendente, che sacrifica se stesso in funzione della relazione e che, paradossalmente, finisce spesso per essere scaricato/a, in quanto non sufficientemente stimolante e degno di stima agli occhi del partner.

Il trattamento con la terapia cognitiva-comportamentale ha come fine migliorare la qualità di vita del paziente con Disturbo Dipendente di Personalità. Importante è creare con il Paziente una buona alleanza terapeutica evitando il coinvolgimento nelle dinamiche relazionali patologiche di accondiscendenza e del timore di contrastare il Terapeuta. Gli scopi della terapia devono essere ben chiari e riguardano il riconoscere i propri desideri, promuovere l’autonomia senza temere la rottura della relazione, aumentare il senso di efficacia personale, gestire le emozioni negative e lo stato di inadeguatezza.

Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità:

Si caratterizza da perfezionismo e alti standard di prestazione, preoccupazione per l’ordine e le regole, difficoltà a portare a termine i propri compiti, testardaggine, incapacità a delegare, difficoltà a manifestare le emozioni, bisogno di controllo nel lavoro e nelle relazioni interpersonali, rigidità etica e morale. La dedizione eccessiva la lavoro, il tempo speso in attività produttive, hanno come conseguenza la mancanza di amicizie. Il perfezionismo interferisce con la capacità di prendere le decisioni e di terminare le attività programmate. Altre caratteristiche del disturbo sono: accumulare oggetti  senza valore, l’avarizia, comportamenti interpersonali formali, giudicanti, controllanti e punitivi verso le persone con le quali entrano in relazione.

Emotivamente i pazienti Ossessivi-compulsivi non riescono ad esprimere i loro stati d’animo né a manifestare emozioni verso gli altri, trattengono emozioni aggressive e cercano di assecondare i desideri altrui. Le emozioni più frequenti sono l’ansia rispetto ad eventuali catastrofi future, la paura del giudizio negativo, la rabbia verso gli altri dovute all’impossibilità di esprimere le proprie emozioni e pensieri.

Se vanno in terapia è a causa dell’ansia o della depressione oppure perché i familiari si lamentano del disagio che provano a causa del perfezionismo e dell’inflessibilità alle regole delle persone con questo disturbo. La personalità ossessivo-compulsiva è frequente nei disturbi alimentari.

Lo scopo del trattamento è alleviare la sofferenza del paziente modificando le credenze rigide di base, favorendo la consapevolezza delle proprie emozioni, diminuendo l’evitamento di situazioni non comuni, apprendendo nuove strategie relazionali e di superamento delle situazioni problematiche, favorendo la flessibilità, abbassando gli standard troppo elevati e identificando e interrompendo i circoli viziosi tra emozioni pensieri e comportamenti.

 

 

Eye Movement Desensitization and Reprocessing (E.M.D.R.) è un trattamento psicoterapeutico che facilita la risoluzione di sintomi e del disagio emotivo legati a esperienze di vita stressanti e traumatiche. Negli ultimi anni ci sono stati più studi e ricerche scientifiche sull’EMDR che su qualsiasi altro metodo usato per il trattamento del trauma e dei ricordi traumatici. I risultati di questi lavori hanno portato questo metodo terapeutico ad aprire una nuova dimensione nella psicoterapia. L’efficacia dell‘EMDR è stata dimostrata in tutti i tipi di trauma, sia per il Disturbo Post Traumatico da Stress che per i traumi di minore entità.

EMDR E’ BASATO SUL MODELLO DELL’ELABORAZIONE ADATTIVA DELL’INFORMAZIONE (AIP):

Tutti gli essere umani sono hanno un sistema fisiologico di elaborazione dell’informazione per affrontare la molteplicità di elementi delle nostre esperienze e immagazzinare i relativi ricordi in una forma accessibile e funzionale. Il modello teorico dell’EMDR ritiene che le esperienze traumatiche e/o altamente stressanti possono essere memorizzate come ricordi in modo disfunzionale, dovuto all’impatto emotivo al momento dell’esperienza. Il cambiamento terapeutico che si riscontra dopo un trattamento con EMDR è il risultato dell’elaborazione di queste esperienze e consente una risoluzione adattiva. Si ritiene che l’EMDR possa contribuire ad alleviare i sintomi di molti disturbi clinici attraverso l’elaborazione dei ricordi disturbanti di esperienze di vita che possono aver contribuito allo sviluppo di tali disturbi. Nello specifico la tecnica utilizzata si basa sulla stimolazione bilaterale eseguita attraverso il movimento delle dita del terapeuta, che il paziente segue con gli occhi, oppure con il tamburellamento delle dita sulle mani del paziente così da stimolare in modo alternato entrambi gli emisferi del cervello. L’EMDR permette in questo modo di integrare i ricordi in modo simile a quanto avviene durante la fase REM del sonno; la tecnica permette al paziente di essere cosciente mentre segue il flusso dei suoi pensieri.

Le applicazioni cliniche dell’EMDR sono state largamente studiate con diversi disturbi come:

  • Fobie 
  • Disturbi di panico 
  • Disturbo d’ansia generalizzato 
  • Problemi di condotta e di autostima
  • Lutti complessi 
  • Disturbo di dismorfismo corporeo 
  • Disfunzioni sessuali 
  • Pedofilia 
  • Ansia da prestazione 
  • Dolore Cronico 
  • Dolore da arto fantasma 

L’EMDR può essere applicato in larga scala per emergenze umanitarie (a seguito di disastri naturali e provocati dall’uomo) come anche con individui e gruppi nelle diverse fasi del trauma (dalla fase acuta alla cronica) in modo tale da fornire un sollievo e favorire i fattori di crescita post-traumatica e di benessere. Gli interventi con EMDR possono aiutare in ultima istanza ad interrompere la trasmissione intergenerazionale della violenza e dell’abuso.

LA RICERCA SU EMDR E LINEE GUIDA INTERNAZIONALI

Gli studi nel campo dell’EMDR e la ricerca mostrano che attraverso l’utilizzo dell’EMDR le persone possono riscontrare dei benefici dopo il trattamento in modo efficace e veloce. Sono stati condotti più di 20 studi controllati (randomized controlled studies) che confermano questi risultati. Alcuni di questi studi mostrano che l’84%-90% delle vittime di trauma singolo non manifesta più il disturbo post-traumatico da stress dopo sole 3 sedute di 90 minuti. C’è stata così tanta ricerca sull’EMDR che oggi viene riconosciuta come una forma efficace di trattamento per il trauma e altre esperienze stressanti da organizzazioni come l’American Psychiatric Association, l’American Psychological Association, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e molti servizi nazionali europei della salute (Gran Bretagna, Francia, Svezia, Paesi bassi) e degli Stati Uniti (Registro Nazionale Samhsa dei Programmi e delle Pratiche con evidenza empirica). Dato il riconoscimento universale come trattamento efficace del trauma, più di 180.000 terapeuti nel mondo utilizzano questo tipo di approccio nella loro pratica clinica. Milioni di persone in molti paesi del mondo sono state trattate con successo per più di 20 anni.

INDICAZIONI DELL’O.M.S. (2013)

“La terapia cognitivo comportamentale individuale o di gruppo (CBT) focalizzata sul trauma oppure la desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari (EMDR) dovrebbero essere indicate per bambini, adolescenti e adulti con disturbo post-traumatico da stress.” (WHO 2013)

È fondata scientificamente ed è stata riconosciuta come trattamento efficace per numerosi disturbi psicologici, come i disturbi d’ansia e di panico, la fobia sociale, il disturbo di ansia generalizzato, il disturbo ossessivo compulsivo, i disturbi dell’alimentazione, le psicosi e la depressione maggiore dove ha un’efficacia pari alla terapia farmacologia. Il modello cognitivo-comportamentale è stato inserito nelle linee guida internazionali per il trattamento dei disturbi psicologici (Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna)

È orientata allo scopo in quanto paziente e terapeuta, dopo una prima fase di valutazione del problema, decidono insieme gli obiettivi della terapia e il trattamento. Periodicamente si verificano i progressi ottenuti sulla base degli scopi prefissati.

Si basa sul “qui e ora” perché l’attenzione del terapeuta è rivolta ai sintomi portati dal paziente come, per esempio, la riduzione dei sintomi depressivi, l’eliminazione degli attacchi di panico, la riduzione o l’eliminazione dei rituali compulsivi o dei comportamenti alimentari patologici, la promozione delle relazioni sociali, la diminuzione dell’isolamento sociale, e cosi via.

È collaborativa perché paziente e terapeuta collaborano attivamente per il raggiungimento degli obiettivi individuando le strategie migliori per riconoscere, discutere e modificare i pensieri disfunzionali che generano sofferenza

Il paziente impara a diventare terapeuta di se stesso acquisendo la consapevolezza del proprio funzionamento mentale e delle tecniche per gestire le emozioni dolorose e il disagio.

La psicoterapia cognitiva è una forma di terapia che si basa sul presupposto che vi sia una stretta relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti e che i problemi emotivi siano influenzati da ciò che pensiamo e facciamo nel presente. La ricerca scientifica ha dimostrato che le nostre reazioni emotive e comportamentali sono determinate dal significato che diamo agli eventi. Le nostre interpretazioni degli eventi diventano, con il tempo, delle convinzioni e credenze non sempre aderenti alla realtà; le più profonde, altrimenti dette schemi cognitivi, sono utilizzate dalle persone per rappresentare se stessi e organizzare il pensiero, sono considerate verità assolute e per questo sono rigide e ipergeneralizzate. Possono riguardare noi stessi, gli altri e le relazioni di Sé con l’altro. Le convinzioni intermedie invece sono le idee che abbiamo su di noi, sugli altri e sul mondo; sono meno rigide e ci permettono di organizzare le relazioni con gli altri e l’esperienza. Infine i pensieri automatici sono immagini, brevi frasi o parole più vicine al livello di consapevolezza rispetto ai precedenti. Da loro dipendono le emozioni che proviamo e sono facilmente modificabili.
Quando le nostre convinzioni sono disfunzionali, la loro attivazione avviene in modo rigido, provocano pensieri automatici negativi, distorcono la realtà creando sofferenza. Il pensiero distorto può creare circoli viziosi che mantengono la sofferenza nel tempo ed è all’origine del disturbo psicologico. Attraverso la terapia cognitiva si può intervenire sui pensieri automatici negativi, sulle credenze intermedie e sugli schemi cognitivi così da interrompere i circoli viziosi, regolare le emozioni, permettere di risolvere il problema ed avere meno ricadute nel futuro.

Giocare d’azzardo significa “puntare o scommettere una somma di denaro o un oggetto di valore sull’esito di un gioco che può implicare la dimostrazione di determinate abilità o basarsi sul caso”.
Il Gambling è caratterizzato dall’incapacità di resistere alla tentazione persistente, ricorrente e maladattiva di giocare somme di denaro elevate che provocano il deteriorarsi delle attività personali, lavorative e dei rapporti familiari e sociali. Il giocatore, in genere, è completamente assorbito dal pensiero del gioco durante la giornata (rivive esperienze di gioco passate, programma la prossima impresa di gioco, o pensa ai modi di procurarsi denaro con cui giocare), afferma di ricercare l’avventura e l’eccitazione e per questo punta cifre di denaro sempre più elevate; sono persone competitive, irrequiete, preoccupate dell’approvazione degli altri e molto generose, non tollerano l’irrequietezza che nasce quando tentano di ridurre il gioco, spesso mentono ai familiari e incorrono in truffe per procurarsi i soldi. Il gioco è una strategia non sempre consapevole di riduzione delle emozioni negative. Il giocatore è una persona particolarmente vulnerabile alla dipendenza e presenta analogie con le persone dipendenti da sostanze soprattutto per quanto riguarda il sistema cerebrale della ricompensa (reward), il controllo degli impulsi e le funzioni cognitive correlate, in questo caso, le credenze relative alle reali possibilità di vincita.
La diffusione del gambling è influenzata dalla disponibilità e dal grado di legalizzazione con tassi elevati in entrambi i sessi e dati preoccupanti per il dilagare delle sale gioco e delle slot machine nei locali pubblici accessibili così anche agli adolescenti.
Gli stimoli scatenanti, interni o esterni, attivano il sistema nervoso autonomo e i pensieri di gioco che, a loro volta, attivano il bisogno impellente di giocare (craving) che porta al comportamento di gioco patologico con frequenti recidive.
Il trattamento cognitivo comportamentale agisce attraverso interventi di tipo educativo e la ristrutturazione cognitiva, aumentando la consapevolezza del paziente sugli errori cognitivi e sviluppando il dubbio sulla validità dei pensieri irrazionali e sulle credenze. Tale approccio agisce sul deficit del controllo dell’impulsività e ha come obiettivo rinforzare le capacità di coping e problem solving del paziente, aumentare la tolleranza dovuta al rimandare la gratificazione e alla scarsa flessibilità di rielaborare le proprie convinzioni e prevenire le ricadute.

I disturbi del controllo degli impulsi sono caratterizzati dall’incapacità della persona a resistere ad un impulso, ad una tentazione di compiere un’azione pericolosa per sé o per gli altri, ad un desiderio impellente. In genere sono preceduti da una sensazione di eccitazione e tensione e il soggetto prova piacere, gratificazione e sollievo mentre agisce ma alla fine ciò che resta sono senso di colpa, rimorso e biasimo personale.
A questa categoria appartengono il gioco d’azzardo (gambling), la piromania (abitudine ad appicare il fuoco per piacere e gratificazione), cleptomania (incapacità di resistere all’impulsodi rubare oggetti che non hanno valore personale o commerciale) tricotillomania (strapparsi in modo ricorrente capelli o peli per piacere o alleviamento della tensione) il disturbo esplosivo intermittente (saltuari episodi di incapacità a resistere ad impulsi aggressivi e causano distruzione della proprietà e gravi aggressioni). Attualmente si includono tra i disturbi del controllo degli impulsi anche il disturbo da shopping compulsivo (tendenza impellente all’acquisto a causa di una sensazione di tensione che può esser diminuita solo cedendo all’impulso), la dipendenza da internet e la dipendenza sessuale in quanto condividono la tensione che precede la messa in atto del comportamento, la ricerca della gratificazione immediata e l’incapacità di sopportare la frustrazione che deriva dall’evitare tale comportamento.
La terapia cognitiva comportamentale agisce per ridurre in modo drastico i sintomi.

I disturbi del sonno si dividono in dissonie dove il sonno è difficoltoso all’inizio e poi viene disturbato nella sua qualità e quantità e in parassonie dove si manifestano malesseri legati all’attività onirica. Tra le dissonie troviamo l’ipersonnia, il soggetto dorme un numero di ore superiore alla media e effettua riposi prolungati anche durante il giorno, la sensazione è di stanchezza e irritabilità. La narcolessia si manifesta con sonnolenza durante il giorno e il paziente viene colpito da attacchi di sonno improvvisi e al risveglio si sente riposato. Il disturbo del sonno dovuto alla respirazione che interrompe il sonno notturno e di conseguenza il soggetto vive un’eccessiva sonnolenza e irritabilità. Il disturbo del ritmo circadiano del sonno implica frequenti interruzioni del sonno a causa della mancanza di equilibrio fra ritmo sonno e veglia della persona e dell’ambiente. L’insonnia è lo stato in cui una persona sente il proprio sonno insufficiente e non riesce a trarne beneficio, si presenta in modi diversi, la durata varia da paziente a paziente e può essere occasionale, transitoria o cronica; le cause dell’insonnia possono essere organiche o inorganiche se non ci sono ragioni per soffrirne a livello fisico. Infine si può distinguere un’insonnia iniziale se il paziente fatica a prender sonno, centrale se vi sono parecchi risvegli notturni e tardiva se il risveglio mattutino è precoce.
L’altro gruppo di disturbi del sonno è quello delle parasonnie caratterizzate da eventi anomali durante il sonno o nel passaggio dalla veglia al sonno, per esempio il sonnambulismo che si manifesta attraverso comportamenti che la persona compie mentre sta ancora dormendo e dei quali non ha ricordo al risveglio e prova confusione se viene svegliato; il disturbo da incubi genera sogni terrificanti che provocano il risveglio nella seconda metà del sonno; il bruxismo che consiste nello sfregamento dei denti durante il sonno, usura i denti e può causare danni anche alla mandibola o provocare mal di testa; il terrore nel sonno che provoca risvegli improvvisi caratterizzati da angoscia, urla, pianto e reazioni di paura senza ricordi chiari dell’incubo.
La terapia cognitiva comportamentale lavora sui fattori che mantengono l’insonnia e agisce sugli stati emotivi problematici e sulle abitudini poco corrette della persona. Spesso i disturbi del sonno sono associati a disturbi d’ansia e dell’umore oppure a disturbi come la fibromialgia e il dolore cronico.