Il disturbo d’ansia generalizzato è caratterizzato da preoccupazione eccessiva per diversi eventi o situazioni, è difficile da controllare ed è accompagnato da alcuni sintomi come irrequietezza, irritabilità, vuoti di memoria, sonno disturbato, tensione muscolare. La maggior parte delle preoccupazioni riguarda eventi del quotidiano come il lavoro, lo stato di salute, il non sentirsi all’altezza delle responsabilità di una famiglia o temere che capitino incidenti.
Alcune persone sono consapevoli che le loro preoccupazioni sono esagerate, mentre altre le ritengono realistiche; ciò che le accomuna è il forte disagio che provano e la difficoltà ad impedire che interferisca con le attività che si stanno svolgendo e, quindi, che compromettano il funzionamento lavorativo e sociale.
La terapia del disturbo parte dalla psicoeducazione, ricostruisce la storia e il funzionamento del disturbo, individua i pensieri disfunzionali e li mette in discussione, insegna le tecniche per gestire l’ansia e prevenire le ricadute.

Si ha un attacco di panico quando l’ansia è così forte, improvvisa e intensa da produrre alcuni sintomi fisici e mentali come: tachicardia e palpitazioni, senso di soffocamento, annebbiamento della vista, sudori freddi, fastidio al petto, sensazione di sbandamento o di svenimento, nausea, formicolio, tremori, secchezza alle fauci, nodo alla gola, vampate di calore, confusione mentale, paura di morire, paura di impazzire, paura di perdere il controllo, senso di irrealtà (derealizzazione) o di sentirsi staccati dal proprio corpo (depersonalizzazione).
Gli attacchi di panico hanno sempre un fattore scatenante anche quando non si è in grado di riconoscerlo come tale, per esempio si può esser spaventati da una situazione esterna (stare in un autobus a porte chiuse), o da stimoli interni (accelerazione del battito cardiaco); in questi momenti il soggetto non capisce cosa stia accadendo e nel darsi una spiegazione può avere pensieri del tipo “sto per morire!”, “ho un infarto!”, “sto impazzendo!” che amplificano ancor di più la paura e in pochi minuti si raggiunge una forte intensità emotiva che poi decrescere lentamente lasciando il soggetto sfinito.
Si parla di disturbo di panico quando gli attacchi di panico sono ricorrenti e nel periodo successivo, almeno un mese, l’individuo si preoccupa del loro ripresentarsi e delle eventuali implicazioni ( “sono pazzo, soffro di epilessia”…). L’attacco di panico può esser con o senza agorafobia che è la paura di trovarsi in luoghi dai quali è imbarazzante o non si può scappare o ricevere aiuto in caso di crisi.
E’ un disturbo particolarmente invalidante e diffuso soprattutto tra le donne.
La terapia cognitivo-comportamentale lavora sulla “paura della paura” (ansia anticipatoria) vale a dire sul timore del paziente di rivivere le sensazioni spiacevoli del primo attacco. Questa paura spesso porta la persona ad evitare tutte le situazioni o i luoghi ritenuti pericolosi (evitamento) oppure a metter in atto comportamenti protettivi. Ne segue un impoverimento delle relazioni interpersonali e sociali. Durante il trattamento il paziente viene aiutato a prender consapevolezza dei circoli viziosi del panico e ad acquisire modalità di pensiero e di comportamento più funzionali.

L’ansia è un’emozione che svolge un ruolo importante nel funzionamento mentale dell’uomo. Quando ci troviamo davanti ad una situazione nuova, quando siamo in difficoltà, viviamo un’attivazione fisica e psicologica che ci permette di sfruttare al meglio le nostre risorse; la motivazione ad agire aumenta in base a ciò che stiamo facendo, il pensiero è più attivo e attento alle soluzioni del problema e i muscoli si preparano ad agire. Entro certi livelli l’ansia ci rende più efficienti, superati tali livelli però diventa un ostacolo, crea disagio e ci impedisce di vivere in serenità. In questa situazione intervengono fattori cognitivi e significati personali che non ci rendono in grado di controllarla e hanno ripercussioni sulla qualità della vita poiché portano ad evitare luoghi o situazioni che spaventano e finiscono per limitare la vita personale o professionale della persona.
Nel trattamento dei disturbi d’ansia il farmaco è efficace per tamponare il problema ma a seguito dell’interruzione il disturbo può ripresentarsi; la terapia cognitiva comportamentale invece aiuta il paziente a conoscere l’ansia, a riconoscere i pensieri che la generano e attraverso diverse tecniche ad affrontare il problema.

Preoccupazione eccessiva per la salute è il significato psicologico del termine ipocondria. La caratteristica principale dell’ipocondria è la credenza, basata su un’interpretazione erronea di segni o sintomi fisici, di stare sviluppando una grave malattia, senza che un’accurata valutazione medica abbia identificato motivi sufficienti per giustificare questi timori.
La preoccupazione riguardante le malattie temute spesso diviene per il soggetto un elemento centrale dell’ immagine di sé, un argomento abituale di conversazione e un modo di rispondere agli stress della vita.
Le relazioni sociali vengono sconvolte per il fatto che il soggetto ipocondriaco è preoccupato della propria condizione e spesso si aspetta considerazione e trattamento speciali; la vita familiare può diventare disturbata poiché si focalizza intorno al benessere fisico del soggetto. Possono non esserci effetti sul funzionamento lavorativo dell’individuo, se questo riesce a limitare l’espressione delle preoccupazioni ipocondriache al di fuori dell’ambiente lavorativo ma spesso la preoccupazione interferisce con le prestazioni e causa assenze dal lavoro. Nei casi più gravi, il soggetto ipocondriaco può divenire un completo invalido.
Con la terapia cognitiva-comportamentale si aiuta il soggetto ad apprendere modalità di pensiero e di comportamento più funzionali, con l’intento di spezzare i circoli viziosi dell’ipocondria.
In ogni caso la cura dell’ipocondria può risultare particolarmente difficoltosa, in quanto i soggetti non sono mai del tutto convinti che la causa dei loro mali sia soltanto di tipo psicologico.
Generalmente la psicoterapia è possibile in quei casi in cui la persona si preoccupa incessantemente di avere delle malattie, ma si rende conto, almeno in parte, che le sue preoccupazioni sono eccessive e infondate.

E’ un disturbo molto frequente e caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni oppure solo ossessioni o solo compulsioni.
Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi che si manifestano ripetutamente e sono percepiti come intrusivi, fastidiosi e senza senso. Questi pensieri creano sofferenza e disagio sia perché occupano gran parte della giornata dell’individuo sia perché spesso il loro contenuto è minaccioso e riguarda il timore di infettarsi, essere in pericolo, esser la causa di un pericolo o di essere una persona immorale o cattiva.
Le compulsioni o rituali, sono dei comportamenti ripetitivi (lavarsi le mani, controllare se il gas è chiuso…) o delle azioni mentali (pregare, contare, ripetere formule superstiziose) attuati per ridurre il disagio e l’ansia dei pensieri ossessivi e hanno un effetto temporaneo. Il paziente si sente obbligato a pensare o comportarsi in un certo modo e cerca di resistere ma non riesce a modificare il proprio comportamento.
Chi soffre del disturbo spesso nasconde la sua sofferenza e si vergogna dei suoi comportamenti e ossessioni; la consapevolezza dell’irrazionalità dei propri timori e comportamenti spinge a contrastarli generando ulteriore sofferenza.
Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) si manifesta con sintomi e fenomeni eterogenei e può essere disturbo ossessivo-compulsivo da controllo, da contaminazione, da accumulo, da ordine e simmetria, da superstizione.
Le caratteristiche centrali sono la ripetitività, la frequenza e la persistenza dell’attività ossessiva e la sensazione che questa attività sia imposta e compulsiva.
La terapia utilizza tecniche cognitive per stimolare nel paziente il riconoscimento e la regolazione dei meccanismi alla base del disturbo; interviene sui processi di pensiero responsabili del mantenimento del disturbo come i tentativi di controllare il pensiero, il timore di essere responsabili o colpevoli di disastri e l’incapacità di tollerare i rischi. L’esposizione con prevenzione della risposta è la tecnica maggiormente indicata; la prima regola del trattamento è quindi quella di “evitare di evitare”, questo principio e alla base degli esercizi di esposizione graduata e di prevenzione della risposta.

La fobia sociale o ansia sociale è un disturbo che si manifesta nell’esposizione a determinate situazioni sociali e si associa spesso all’evitamento di tali contesti. Il paziente desidera fare una buona impressione ma teme di esser criticato dagli altri e di esser giudicato impacciato, debole, stupido o pazzo. Per non provare disagio le persone cercano di evitare le situazioni sociali e se costretti provano imbarazzo e desiderano solo andare via. Prima delle situazioni temute si può sviluppare l’ansia anticipatoria attraverso l’immagine continua del verificarsi dell’evento.
La terapia della fobia sociale si basa sull’esposizione graduale alle situazioni sociali che generano ansia che permette di affrontare le situazioni temute in modo sempre più soddisfacente. Insieme all’esposizione si aiuta la persona a gestire nuovamente gli aspetti di vita messi da parte come le relazioni sociali, lavorative o gli hobbies.