Le persone che soffrono del disturbo da alimentazione incontrollata manifestano abbuffate ma non comportamenti di compenso, non seguono diete e spesso mangiano in maniera eccessiva anche al di fuori delle abbuffate e per questo motivo è presente anche una condizione di soprappeso o obesità.
L’abbuffata si caratterizza dal fatto che la persona mangia una quantità di cibo più abbondante di quello che la maggior parte delle persone mangerebbe nello steso periodo di tempo e ha la sensazione di non avere controllo durante l’episodio, non riesce a fermarsi né controlla cosa sta mangiando.
Nell’alimentazione incontrollata le abbuffate sono particolari perché il soggetto mangia più velocemente del nomale, mangia fino a provare sensazioni spiacevoli di sazietà, mangia anche se non ha fame grandi quantità di cibo, mangia di nascosto per vergogna, prova disgusto verso di sé, senso di colpa ed è depresso dopo l’abbuffata.
Attraverso il cibo il paziente cerca di gestire le emozioni negative come l’ansia, la tristezza, la sfiducia in sé; il rimuginio sugli eventi futuri o la ruminazione del passato amplificano il disturbo. Spesso si creano cicli interpersonali negativi perché la percezione di sé è danneggiata e il timore del rifiuto porta ad evitamento e ritiro sociale che alimenta la non amabilità e il senso di indegnità. L’auto-svalutazione intesa come la rappresentazione negativa del proprio corpo e della possibilità di essere accettato dagli altri è una delle cause del disturbo e non una conseguenza.
La terapia prevede la collaborazione di un’équipe di professionisti, psichiatra, dietista e psicoterapeuta. Come per gli altri disturbi del comportamento alimentare la terapia cognitiva comportamentale lavora per fasi e mira a modificare le credenze del soggetto rispetto al fatto che il suo peso e le sue forme siano indice del suo valore personale, lavora per interrompere i circoli viziosi disfunzionali per cui l’abbuffata genera rabbia, tristezza, auto-svalutazione che danno luogo ad un altro episodio critico rinforzando l’emozione di indegnità. La terapia permette al paziente di provare un senso di efficacia e amabilità indispensabili per modificare il proprio modo di relazionarsi agli altri.

La bulimia nervosa è un disturbo dell’alimentazione caratterizzato da frequenti abbuffate (si assumono quantità di cibo superiori alla norma e si ha la sensazione di perdere il controllo mentre si mangia) e da frequenti condotte compensatorie con l’obiettivo di prevenire l’aumento di peso (vomito autoindotto, uso di lassativi e diuretici, uso di farmaci anoressizzanti e attività fisica intensa), persistenti preoccupazioni riguardo all’alimentazione e al peso corporeo. L’abbuffata è normalmente seguita da un senso di colpa e disgusto verso di sé e il proprio comportamento e spesso il soggetto lo fa di nascosto per non subire il giudizio negativo degli altri. Lo stile di pensiero del paziente bulimico è del tipo “tutto-nulla” (cibi buoni-cibi cattivi) che impedisce un equilibrio nell’alimentazione. Il peso del paziente può essere normale, sottopeso o soprappeso ma può variare nel tempo. La bulimia si distingue in bulimia con condotte di eliminazione o senza condotte di eliminazione. In entrambi i casi le conseguenze mediche sono frequenti e gravi. Dal punto di vista psicologico il soggetto manifesta delle caratteristiche di personalità che lo rendono vulnerabile a manifestare un disturbo dell’alimentazione come per esempio la bassa autostima, il perfezionismo, l’impulsività, la scarsa consapevolezza delle proprie emozioni, l’esagerata importanza che attribuisce al peso e alle forme del corpo. L’abbuffata genera emozioni di disgusto, colpa che creano un’immagine di sé svalutata per l’incapacità di mantenere il controllo e per la mancanza di volontà e amplificano il senso di indegnità, il timore del giudizio che, a loro volta, favoriscono una nuova abbuffata.
La terapia della bulimia prevede il lavoro congiunto del nutrizionista/dietista, dello psichiatra e dello psicoterapeuta. In una prima fase si danno informazioni relative al disturbo e si riducono le abbuffate regolarizzando i pasti; la seconda fase prevede di normalizzare il comportamento alimentare attraverso la scelta degli alimenti e si lavora per ridurre l’eccessiva preoccupazione per il peso; infine, l’ultima fase del trattamento prevede l’applicazione di procedure con il fine di prevenire le ricadute e preparare la fine della terapia.

Una persona è affetta da Anoressia nervosa se ha un peso corporeo inferiore alla media considerando età, statura e sesso, se ha un’intensa paura di ingrassare anche se sottopeso, se percepisce il suo corpo in modo distorto così come il suo peso, la taglia e la forma del corpo, se soffre di amenorrea a causa della mancanza di un’alimentazione adeguata.
L’anoressia si manifesta prevalentemente nei soggetti di sesso femminile anche se negli ultimi anni sta aumentando la sua incidenza tra i ragazzi; compare nell’adolescenza e raramente nell’infanzia.
Il termine anoressia significa mancanza di appetito ma spesso questo viene conservato, per cui si utilizza il termine anoressia nervosa che indica il terrore di ingrassare e la ricerca di magrezza.
L’anoressia nervosa spesso ha inizio con una dieta, con la ricerca di magrezza vissuta come successo anche se i risultati sono pericolosi per la salute. All’inizio l’euforia per la perdita di peso fa riacquistare una buona immagine di Sé e con il proprio corpo e questo spinge ancor di più ad aver controllo su quanto si mangia. La perdita di peso è considerata, infatti, come segno del proprio valore personale e della propria forza, mentre l’aumento di peso viene percepito come un’inaccettabile perdita delle capacità di controllo e la dimostrazione tangibile della propria inadeguatezza.
I fattori psicologici che predispongono a sviluppare questo disturbo sono una rappresentazione di sé svalutata, uno stile di pensiero perfezionista e un bisogno di controllo che si manifesta in tutti gli ambiti dell’esperienza. A lungo andare si struttura, nei soggetti che ne soffrono, una vera ossessione per il cibo, il pensiero è focalizzato su di esso tutta la giornata; spesso cucinano per i familiari, parlano continuamente di alimentazione o leggono libri sulla composizione degli alimenti.
Le ragazze che soffrono di anoressia vivono l’isolamento sociale in quanto evitano le situazioni in cui devono mangiare insieme agli altri (cene, ristoranti…) e sono molto interessate all’attività fisica. La perdita di peso è legata alla loro autostima, sentono aumentare il loro valore personale e la forza, mentre l’aumento di peso le fa sentire inadeguate e compaiono emozioni come la tristezza, rabbia, senso di colpa.
L’anoressia può essere di due tipi, restrittiva per cui la persona digiuna riducendo in maniera drastica l’apporto calorico oppure con condotte di eliminazione se si fa uso di lassativi, diuretici, si dedica ad intensa attività fisica, si induce il vomito. Nel secondo caso capita spesso che vi siano episodi di abbuffate cioè si mangia senza controllo, associate a sensi di colpa e vergogna e dal bisogno compulsivo di metter in atto meccanismi di compenso per mantenere il peso considerato accettabile.
L’anoressia danneggia l’organismo, il ciclo mestruale scompare e vi sono danni all’apparato cardiocircolatorio e al sistema nervoso.
Il trattamento cognitivo-comportamentale dei disturbi alimentari prevede la collaborazione di diverse figure professionali come la dietista/nutrizionista, lo psichiatra e lo psicoterapeuta. La terapia lavora per modificare la credenza che il peso e le forme corporee siano l’unico fattore valido per stimare il proprio valore personale. Il trattamento prevede tre fasi, la prima serve per stabilizzare il peso e perdere i comportamenti di controllo del peso; la seconda serve per migliorare l’immagine corporea, i rapporti interpersonali e la valutazione di sé, infine, la terza prevede la prevenzione delle ricadute, a mantenere i risultati ottenuti durante il trattamento e a preparare la fine della terapia. Lo scopo è di aiutare il paziente a gestire il sintomo, a sostituirlo con comportamenti più funzionali e a modificare il pensiero che mantiene la patologia viva.