Ogni anno avvengono circa 2,6 milioni di morti in utero. Dal punto di vista medico, per morte perinatale si intende la perdita di un figlio che avviene tra la 27a settimana di gravidanza e i 7 giorni dopo il parto. Nella nostra società si pensa che perdite precedenti a tale data abbiano un impatto psicologico minore nei genitori e nei parenti, così come si pensa che, dopo il parto, tale evento sia molto più duro da sopportare. 

La morte in utero è una tragedia nascosta. I genitori spesso sentono che il loro lutto, definito “lutto fantasma” non viene considerato ed è poco conosciuto sia dagli operatori sanitari che dai familiari e dalla società in genere. Spesso le persone colpite da questi eventi lo nascondono e capita che poi manifestino sintomi depressivi di lunga durata.

Le mamme che hanno partorito un bambino morto spesso si sentono abbandonate, emarginate e colpevolizzate dalla società, si sentono stigmatizzate; i papà, a volte, non vengono neppure tenuti in considerazione come se non il lutto non li avesse neppure colpiti.

COSA ACCADE DURANTE IL LUTTO PERINATALE

La morte in utero è un evento emotivamente devastante per i genitori che si preparano ad accogliere una nuova vita. Nella nostra società questo evento non è ancora riconosciuto come lutto e spesso si tende a minimizzare la sofferenza che ne deriva e magari anche a consigliare i genitori a “riprovarci subito” ad avere un altro figlio. In realtà fin dal momento in cui si viene a conoscenza dell’attesa di un bambino, il legame genitoriale cresce e si rafforza ogni giorno di più e così anche le aspettative e le fantasie dei futuri genitori. Ogni bambino, a qualunque settimana di vita, all’interno di una famiglia, ha un’importanza indiscutibile.

La morte di un figlio durante la gravidanza o dopo il parto è un momento difficile da superare;  se non c’è una causa definita dal punto di vista clinico, l’evento può esser vissuto in maniera ancora più drammatica e difficile da accettare e l’elaborazione del lutto sarà così più problematica. Molti genitori si sentono in colpa nei confronti del bambino per non essere riusciti a proteggerlo o per non aver capito quello che stava accadendo o per aver fatto qualcosa di sbagliato che ha causato la morte. Molte mamme hanno detto che si sentivano come “su un altro pianeta” e non pensavano “stesse accadendo proprio a loro”: questa emozione mista di confusione e dolore non permette di essere pienamente consapevoli sul da farsi, e può capitare di non capire cosa è meglio per noi, e in contemporanea di avere una grande paura.

Va sottolineato che ogni membro della famiglia, come i nonni o i fratelli, oltre ai genitori, vengono colpiti dalla perdita, anche se in modo diverso.

COSA FARE

Lo psicologo può essere un aiuto importante per affrontare il processo di elaborazione in modo fluido, lavorando perché che non ci siano blocchi da parte delle persone coinvolte sul “perché è accaduto…” o “se avessi/non avessi fatto” o sul senso di colpa. Il terapeuta favorisce l’elaborazione lavorando con le persone sulle loro emozioni e sui loro pensieri.

Un altro supporto importante, insieme a quello dello psicologo, lo forniscono i gruppi di auto-mutuo-aiuto, le informazioni si trovano sul sito dell’Associazione CiaoLapo Onlus (www.ciaolapo.it), poiché l’elaborazione del lutto può essere più lieve se condivisa con altre persone che hanno vissuto la stessa esperienza.