Il termine fu introdotto nel XIX° secolo per indicare una condizione di disabilità e fatica cronica, attualmente nel linguaggio comune indica uno stato di stanchezza fisica e mentale che da luogo a riduzione dell’efficienza sia al lavoro che nella vita quotidiana, provoca dolori, vertigini, disturbi del sonno, umore irritabile/nervosismo. Il termine indica che esiste una condizione clinica di depressione o di disturbo d’ansia e vi si associano sintomi da stress e somatizzazioni.
La terapia deve mirare a ristabilire le condizioni precedenti al manifestarsi dell’esaurimento nervoso.

Il disturbo bipolare è caratterizzato da oscillazioni del tono dell’umore e della capacità di funzionamento della persona.
La variabilità dell’umore è dovuta all’alternanza di uno stato depressivo durante il quale il soggetto ha la sensazione che niente sia più in grado di dare piacere, ha un tono dell’umore molto basso con prevalenza di tristezza per la maggior parte del giorno, il sonno e l’appetito spesso sono alterati così come la concentrazione e la memoria; nella fase maniacale invece il tono dell’umore è elevato, si ha la sensazione di onnipotenza, i pensieri sono veloci e difficili da seguire, il comportamento è iperattivo, caotico e inconcludente, l’appetito e il sonno diminuiscono mentre aumentano i comportamenti impulsivi (gioco da azzardo, shopping compulsivo..) anche pericolosi in quanto non vengono tenute in considerazioni le loro conseguenze. A volte questa fase non si caratterizza per euforia e senso di grandiosità ma per umore rabbioso e ingiustizia subita, irritabilità e aggressività espressa. L’ipomania è uno stato dove l’umore è meno elevato dello stato maniacale spesso è confuso con la felicità ma dall’esterno è percepito come inusuale perché non collegato ad eventi di vita e il soggetto ha una storia clinica di depressione. Infine, quando la persona transita in modo non definitivo da uno stato all’altro si parla di stato misto.
E’ importante non confondere gli sbalzi di umore che tutti noi viviamo nella nostra quotidianità con le manifestazioni del disturbo bipolare che possono distruggere rapporti interpersonali, provocare licenziamenti e in casi estremi condurre il paziente al suicidio.
I Disturbi Bipolari si differenziano in Disturbo Bipolare di I tipo (episodi depressivi e maniacali) e Disturbo Bipolare di II tipo (episodi depressivi e ipomaniacali).
Questa malattia è curabile e compatibile con uno stile di vita normale e funzionale e le cure, come per il diabete o per altre malattie, durano tutta la vita.
La terapia farmacologica è fondamentale e la psicoterapia da sola non è sufficiente nel trattamento del disturbo ma è importante per migliorare la stabilità dell’umore, ridurre le ospedalizzazioni rendere il funzionamento della persona più adeguato.
Il trattamento cognitivo comportamentale interviene per aiutare la persona ad accettare la malattia e a seguire la cura farmacologica, insegna a riconoscere rapidamente i sintomi iniziali delle fasi, a distinguere se stessi e la propria personalità dalla malattia, migliora la gestione dello stress, insegna a discutere i pensieri irrazionali e disfunzionali e le strategie di gestione della quotidianità e della rabbia, interviene specificatamente nella fase depressiva, infine prevede un trattamento psicoeducativo non solo per il paziente ma anche per i familiari perché imparino a comprendere le diverse fasi della malattia e ad agire in maniera più funzionale.

Dopo la nascita di un bambino sono molti i cambiamenti che una donna si trova ad affrontare, le richieste di accudimento del neonato, una riorganizzazione del proprio tempo e del lavoro, i cambiamenti nella coppia e dei ruoli, le difficoltà sessuali o la percezione dello scarso sostegno dei compagni…Nei giorni successivi al parto la donna spesso si trova a vivere un calo dell’umore, il baby blues caratterizzato da uno stato di malinconia e i sintomi di una leggera depressione post partum che sono transitori e non sempre si trasformano in un disturbo.
La depressione post partum è caratterizzata da emozioni di tristezza, colpa, ansia, senso di inutilità, difficoltà a concentrarsi e a prendere decisioni, disturbi del sonno e dell’appetito, pensieri suicidari, mancanza di energie; questi sintomi sono persistenti e possono durare per molti anni avendo conseguenze sull’intero nucleo familiare.
Attualmente si cercano di individuare i soggetti a rischio durante gli incontri psicoeducativi precedenti al parto o attraverso l’affiancamento alle donne dopo il parto, ma spesso non viene riconosciuta in tempo anche perché ha un esordio insidioso e molte donne preferiscono non parlare dei loro sintomi e sofferenze.
E’ importante farsi aiutare da un terapeuta cognitivo comportamentale per superare i sintomi e poter tornare a godersi di nuovo la propria condizione di vita con tutti i suoi cambiamenti.

Nel linguaggio comune il termine depressione indica uno stato di tristezza, invece la depressione clinica è una patologia che fa vedere il mondo attraverso lenti scure, tutto è più difficile da affrontare e si vive la sensazione è di essere incompresi dagli altri che sembrano sempre ottimisti.
La depressione si manifesta attraverso sintomi fisici come senso di fatica, perdita di energie, agitazione motoria, nervosismo, perdita della memoria e della concentrazione, perdita/aumento di peso, disturbi del sonno, nausea, brividi o vampate di calore; i sintomi emotivi sono la tristezza, angoscia, disperazione, colpa, vuoto, la mancanza di speranza, la perdita di interesse, l’irritabilità e l’ansia. I sintomi comportamentali invece sono la conseguenza della riduzione delle attività quotidiane, della difficoltà a prendere decisioni e di risolvere i problemi, dell’evitamento delle persone e dell’isolamento sociale e dei tentativi di suicidio.
Le persone che soffrono di depressione hanno aspettative irrealistiche e pensieri negativi su di sé, sul mondo e sul futuro, le loro credenze sono rigide e assolute, hanno dei doveri ai quali assolvere per rispettare i propri valori (“non posso esser debole”, “se non piaccio allora non sarò amato”…), hanno degli standard eccessivamente elevati e pensieri automatici negativi su di sé, sul mondo e sugli altri (“sono un fallito”, “non sono amabile”, “gli altri mi considerano un perdente”, “nulla va bene”..).
I circoli viziosi delle persone depresse mantengono nel tempo l’umore negativo e riducono la possibilità di provare emozioni positive; vengono evitate le situazioni sociali e il tempo viene riempito rimuginando sui propri problemi.
La depressione può presentarsi con diversi livelli di gravità.
La terapia cognitiva-comportamentale si è dimostrata efficace per la cura della depressione perché agisce modificando i pensieri negativi del paziente e sviluppando un pensiero più equilibrato. Le convinzioni negative su di sé, sugli altri e sul mondo hanno un ruolo importante nell’esordio del disturbo. Il terapeuta aiuta il paziente ad individuare e a modificare le sue credenze rigide con alcune tecniche cognitivo-comportamentali. Il cambiamento del modo di pensare renderà più stabile l’umore e i sintomi che, a loro volta, incideranno positivamente sui pensieri e sui comportamenti. Si insegnano al paziente le abilità per affrontare la quotidianità e a riprendere, gradualmente, le attività abbandonate partendo da quelle più piacevoli.

Le persone che soffrono del disturbo da alimentazione incontrollata manifestano abbuffate ma non comportamenti di compenso, non seguono diete e spesso mangiano in maniera eccessiva anche al di fuori delle abbuffate e per questo motivo è presente anche una condizione di soprappeso o obesità.
L’abbuffata si caratterizza dal fatto che la persona mangia una quantità di cibo più abbondante di quello che la maggior parte delle persone mangerebbe nello steso periodo di tempo e ha la sensazione di non avere controllo durante l’episodio, non riesce a fermarsi né controlla cosa sta mangiando.
Nell’alimentazione incontrollata le abbuffate sono particolari perché il soggetto mangia più velocemente del nomale, mangia fino a provare sensazioni spiacevoli di sazietà, mangia anche se non ha fame grandi quantità di cibo, mangia di nascosto per vergogna, prova disgusto verso di sé, senso di colpa ed è depresso dopo l’abbuffata.
Attraverso il cibo il paziente cerca di gestire le emozioni negative come l’ansia, la tristezza, la sfiducia in sé; il rimuginio sugli eventi futuri o la ruminazione del passato amplificano il disturbo. Spesso si creano cicli interpersonali negativi perché la percezione di sé è danneggiata e il timore del rifiuto porta ad evitamento e ritiro sociale che alimenta la non amabilità e il senso di indegnità. L’auto-svalutazione intesa come la rappresentazione negativa del proprio corpo e della possibilità di essere accettato dagli altri è una delle cause del disturbo e non una conseguenza.
La terapia prevede la collaborazione di un’équipe di professionisti, psichiatra, dietista e psicoterapeuta. Come per gli altri disturbi del comportamento alimentare la terapia cognitiva comportamentale lavora per fasi e mira a modificare le credenze del soggetto rispetto al fatto che il suo peso e le sue forme siano indice del suo valore personale, lavora per interrompere i circoli viziosi disfunzionali per cui l’abbuffata genera rabbia, tristezza, auto-svalutazione che danno luogo ad un altro episodio critico rinforzando l’emozione di indegnità. La terapia permette al paziente di provare un senso di efficacia e amabilità indispensabili per modificare il proprio modo di relazionarsi agli altri.

Il disturbo d’ansia generalizzato è caratterizzato da preoccupazione eccessiva per diversi eventi o situazioni, è difficile da controllare ed è accompagnato da alcuni sintomi come irrequietezza, irritabilità, vuoti di memoria, sonno disturbato, tensione muscolare. La maggior parte delle preoccupazioni riguarda eventi del quotidiano come il lavoro, lo stato di salute, il non sentirsi all’altezza delle responsabilità di una famiglia o temere che capitino incidenti.
Alcune persone sono consapevoli che le loro preoccupazioni sono esagerate, mentre altre le ritengono realistiche; ciò che le accomuna è il forte disagio che provano e la difficoltà ad impedire che interferisca con le attività che si stanno svolgendo e, quindi, che compromettano il funzionamento lavorativo e sociale.
La terapia del disturbo parte dalla psicoeducazione, ricostruisce la storia e il funzionamento del disturbo, individua i pensieri disfunzionali e li mette in discussione, insegna le tecniche per gestire l’ansia e prevenire le ricadute.

Si ha un attacco di panico quando l’ansia è così forte, improvvisa e intensa da produrre alcuni sintomi fisici e mentali come: tachicardia e palpitazioni, senso di soffocamento, annebbiamento della vista, sudori freddi, fastidio al petto, sensazione di sbandamento o di svenimento, nausea, formicolio, tremori, secchezza alle fauci, nodo alla gola, vampate di calore, confusione mentale, paura di morire, paura di impazzire, paura di perdere il controllo, senso di irrealtà (derealizzazione) o di sentirsi staccati dal proprio corpo (depersonalizzazione).
Gli attacchi di panico hanno sempre un fattore scatenante anche quando non si è in grado di riconoscerlo come tale, per esempio si può esser spaventati da una situazione esterna (stare in un autobus a porte chiuse), o da stimoli interni (accelerazione del battito cardiaco); in questi momenti il soggetto non capisce cosa stia accadendo e nel darsi una spiegazione può avere pensieri del tipo “sto per morire!”, “ho un infarto!”, “sto impazzendo!” che amplificano ancor di più la paura e in pochi minuti si raggiunge una forte intensità emotiva che poi decrescere lentamente lasciando il soggetto sfinito.
Si parla di disturbo di panico quando gli attacchi di panico sono ricorrenti e nel periodo successivo, almeno un mese, l’individuo si preoccupa del loro ripresentarsi e delle eventuali implicazioni ( “sono pazzo, soffro di epilessia”…). L’attacco di panico può esser con o senza agorafobia che è la paura di trovarsi in luoghi dai quali è imbarazzante o non si può scappare o ricevere aiuto in caso di crisi.
E’ un disturbo particolarmente invalidante e diffuso soprattutto tra le donne.
La terapia cognitivo-comportamentale lavora sulla “paura della paura” (ansia anticipatoria) vale a dire sul timore del paziente di rivivere le sensazioni spiacevoli del primo attacco. Questa paura spesso porta la persona ad evitare tutte le situazioni o i luoghi ritenuti pericolosi (evitamento) oppure a metter in atto comportamenti protettivi. Ne segue un impoverimento delle relazioni interpersonali e sociali. Durante il trattamento il paziente viene aiutato a prender consapevolezza dei circoli viziosi del panico e ad acquisire modalità di pensiero e di comportamento più funzionali.

L’ansia è un’emozione che svolge un ruolo importante nel funzionamento mentale dell’uomo. Quando ci troviamo davanti ad una situazione nuova, quando siamo in difficoltà, viviamo un’attivazione fisica e psicologica che ci permette di sfruttare al meglio le nostre risorse; la motivazione ad agire aumenta in base a ciò che stiamo facendo, il pensiero è più attivo e attento alle soluzioni del problema e i muscoli si preparano ad agire. Entro certi livelli l’ansia ci rende più efficienti, superati tali livelli però diventa un ostacolo, crea disagio e ci impedisce di vivere in serenità. In questa situazione intervengono fattori cognitivi e significati personali che non ci rendono in grado di controllarla e hanno ripercussioni sulla qualità della vita poiché portano ad evitare luoghi o situazioni che spaventano e finiscono per limitare la vita personale o professionale della persona.
Nel trattamento dei disturbi d’ansia il farmaco è efficace per tamponare il problema ma a seguito dell’interruzione il disturbo può ripresentarsi; la terapia cognitiva comportamentale invece aiuta il paziente a conoscere l’ansia, a riconoscere i pensieri che la generano e attraverso diverse tecniche ad affrontare il problema.

Lo stress è un fenomeno altamente soggettivo che non si può definire con precisione né misurare. Il termine stress, così come lo si utilizza oggi, è stato coniato nel 1936 da Hans Sayle e sta ad indicare “la risposta non specifica del corpo ad ogni richiesta di cambiamento”.
Ogni stimolazione (stressor) determina una reazione di stress nell’individuo con lo scopo di ripristinare l’adattamento all’ambiente. Molte possono essere le fonti di stress, dagli eventi esterni vissuti soggettivamente come stressanti (traffico), agli eventi della vita (la nascita o la separazione), fino agli eventi più gravi e traumatici come un terremoto.
Esiste anche un livello ottimale di attivazione, fisica e mentale, dell’individuo dove le prestazioni sono più efficaci e le risposte migliori; superato però questo livello si incorre in una diminuizione del livello delle prestazioni, depressione e risposte inadeguate. Bisogna esser molto sensibili ai segnali e ai sintomi che indicano un superamento della soglia di stress positivo che aumenta l’efficacia della prestazione ma spesso non ci si accorge se non quando è ormai tardi.
Come mai reagiamo in maniera diversa allo stress? Perché alcune persone sono più vulnerabili di altre?
Alcuni autori hanno cercato di rispondere a queste domande e hanno concluso che a produrre lo stress non è tanto lo stimolo in sé quanto piuttosto la reazione cognitiva ed emotiva del soggetto. Gli esseri umani hanno percezioni diverse di ciò che è stressante o meno e queste percezioni determinano i tipi di risposta diversi messi in atto così come i livelli di tollerabilità dei singoli individui.
I pensieri, gli atteggiamenti, le credenze, le esperienze di vita, le caratteristiche fisiche determinano la percezione soggettiva della persona; così come il senso di autoefficacia cioè il giudizio personale di aver risorse adeguate per affrontare una certa situazione, un pericolo o un danno. Questa percezione determina lo stress provato, influenza l’ansia provata e il tipo di risposta messa in atto per contrastarlo.
Come fare per controllare lo stress? Anzitutto modificando le percezioni o aspettative disfunzionali che abbiamo delle diverse situazioni di vita; chiedersi quali sono i nostri pensieri, emozioni e quali comportamenti mettiamo in atto in determinate situazioni e cercando di ristabilire un equilibrio tra il nostro agire (“perché lo faccio? quale è l’obiettivo? Cosa voglio ottenere?”) e il nostro essere (“di cosa ho bisogno? come mi sento? cosa provo?”)

Mi chiamo Marta Quartini e sono una psicoterapeuta ad orientamento cognitivo-comportamentale.

Mi sono laureata nel 2004 presso l’Università di Parma e successivamente ho frequentato la Scuola cognitiva Firenze per specializzarmi, nel 2009, in psicoterapia.
Durante gli anni di formazione mi sono specializzata nella diagnosi e nel trattamento dei disturbi di ansia, attacchi di panico, ipocondria, ansia sociale, disturbi ossessivi-compulsivi, alimentari, depressivi, dell’umore e di personalità, nel trattamento delle diversità sessuali e di genere, nella cura del disagio emotivo nelle relazioni interpersonali e nel sostegno psicologico in caso di lutti e separazioni. Ho maturato esperienze presso l’ospedale Careggi di Firenze lavorando nell’ambulatorio del panico e presso l’Asl di Empoli.
Ho ampliato la mia formazione seguendo corsi sulle diverse identità sessuali e sul lutto perinatale e training e workshop di alta specializzazione:
TFE (Transference Focused Psychotherapy) per le personalità Borderline di John Clarkin, Frank Yeomans e Otto Kernberg;
ACT (Acceptance e Commitment Therapy) svolta tramite la ACBS/ACT Italia (Association for Contextual Behavioral Science) definita la “terza onda” della terapia cognitivo comportamentale (Hayes, 2004) secondo la quale molti dei tentativi che utilizziamo per risolvere i problemi ci fanno cadere in una trappola che crea sofferenza; non dobbiamo identificarci con la nostra sofferenza ma cambiare prospettiva nel modo in cui viene considerata la propria esperienza personale. I metodi di cui si avvale forniscono nuove modalità per affrontare le difficoltà di natura psicologica e cercano di cambiare l’essenza dei problemi psicologici e l’impatto che essi hanno sulla vita;
REBT (Rational Emotive Behavior Therapy ) di Albert Ellis, la forma pionieristica di terapia cognitivo-comportamentale, orientata all’azione che insegna alle persone di identificare, sfidare e sostituire i loro pensieri e le credenze autodistruttive con pensieri sani che promuovono il benessere emotivo e il raggiungimento degli obiettivi.

EMDR (Eye Movement Desensitization Reprocessing) è un approccio terapeutico strutturato che facilita il trattamento di diverse psicopatologie e problemi legati sia ad eventi traumatici, che a esperienze più comuni ma emotivamente stressanti.

Attualmente svolgo la mia attività libero professionale come psicologa e psicoterapeuta nelle città di Milano, Bergamo e Verona. Lavoro sia con gli adulti che con gli adolescenti e offro:

  • Consulenza psicologica con lo scopo di definire il problema e aiutare la persona a risolvere problemi specifici che sta affrontando sia in ambito lavorativo (crisi lavorativa, presa di decisioni, stress lavoro correlato..) che in ambito familiare o di coppia (separazioni, difficoltà nella relazione, genitorialità..);
  • Psicoterapia ad orientamento cognitivo-comportamentale per affrontare la sofferenza psicologica da quella più lieve a quella più grave;
  • Psicoterapia con EMDR o con ACT che vengono integrati nel percorso terapeutico.

La relazione con la persona, l’accoglienza empatica, la sensibilità, il rispetto e il non giudizio sono alla base del mio essere Psicologa.
Sono iscritta all’ordine degli psicologi della Lombardia e abilitata alla psicoterapia N° 03/16588
Socio SITCC (Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva)
Socio ACT-ACBS International (Association for Contextual Behavioral Science)

Socio EMDR Italia

E’ possibile contattarmi al numero 3468456858 o via Skype marta.quartini